“Il nostro vero obiettivo dev’essere non solo vivere più a lungo, ma godere del tempo guadagnato, in uno stato di salute che consenta una vita attiva del corpo e soprattutto della mente”. Umberto Veronesi
“Il nostro vero obiettivo dev’essere non solo vivere più a lungo, ma godere del tempo guadagnato, in uno stato di salute che consenta una vita attiva del corpo e soprattutto della mente”. Umberto Veronesi

Vi presento la mia esperienza yoga

Vi racconto la mia esperienza yoga. Come e’ nata e come si e’ sviluppata. E’ stato interessante osservare che le persone e gli avvenimenti non capitino mai per caso. Dietro si nasconde sempre un dono o un insegnamento.

Il mio primo approccio con lo yoga è stato del tutto casuale. Cercavo un corso che mi facesse sentire meglio fisicamente. Così provai qualche lezione di yoga a Budapest con un maestro ungherese, Csaba, e da lì nacque un amore per la “disciplina”. Con poche lezioni già mi sentivo forte dentro, percepivo una postura impeccabile. Sfortunatamente non potei continuare a praticare con lui, mi trasferii in val di Non e per diverso tempo mi misi alla ricerca di un maestro che potesse trasmettermi la stessa passione senza alcun risultato. Passarono anni, poi un giorno quando ormai ero rassegnata, entrarono in farmacia dove lavoravo un ragazzo e una ragazza che pubblicizzavano l’apertura del loro centro yoga a pochi passi da casa mia. Sentivo che erano quelli giusti e così fu. Grazie a Rossano e Micaela ritrovai lo yoga come piaceva a me. L’Hata yoga, quello fisico, insegnato con cognizione di causa sia anatomica che yogica. Da lì in poi ho praticato con buona costanza per circa due anni.

Ad un tratto però qualcosa in me è cambiato. Nonostante la mia vita stesse andando secondo i miei programmi sentivo dentro di me un disaggio difficilmente descrivibile. Non riuscivo a decifrarlo ma lui è stato tenace. Il mio malessere si è manifestato con un dolore lancinante ad una spalla che si alternava ad intermittenti torcicollo per qualche mese, senza tregua. Farmaci? Inutili! Era un dolore psicosomatico. Ho avuto la fortuna di ricevere supporto da diverse persone che mi hanno aiutato ad interpretare questo segnale che in chiave psicosomatica indicava una grandissima rabbia e sofferenza con incapacità di reggere delle responsabilità che non sentivo mie. Così ho capito che nella vita sarebbe importante fare ciò che veramente ci piace fare, soprattutto se a pagarne il prezzo è la nostra integrità psico-fisica, ed è ciò che tutt’ora sto provando a fare.

Abituata a dover rispettare i propri doveri, prima il dovere poi il piacere, inizialmente mi trovai spiazzata. Non sapevo cosa fare ed iniziavano i dialoghi con me stessa.
“Cosa ti piace fare Roberta?”
“Yoga”
“Bene, fallo”
“Si, ma non si vive di solo yoga”
“E chi se ne frega? Ti piace? Fallo”

Ho spento la vocina dei se e dei ma per ascoltare quella dei desideri. Alla fine mi sono iscritta ad un corso per insegnanti yoga. E’ stata un’esperienza be-lli-ssi-ma! Non solo un percorso di apprendimento ma anche di crescita personale. Cosa ho imparato? Cosa è cambiato?
Innanzitutto è cambiata la mia percezione dello yoga. Se inizialmente lo vivevo come una disciplina fisica nonostante sapessi che non lo fosse, adesso lo percepisco come un lavoro meditativo su me stessa. Inizialmente infatti è complicato fare quello scatto mentale che ci permetta di vivere lo yoga da un punto di vista più filosofico. I fattori che mi hanno consentito questo scatto mentale sono stati due. Per primo, percepire il mio corpo come un contenitore di energia (e la mia spalla insegna cosa sia l’energia che non risponde ai farmaci) e quindi ho compreso che durante la pratica tutte le asana (posture), richiedevano una certa concentrazione per permettere a queste energie di fluire in maniera appropriata. Stiamo parlando di un lavoro molto sottile e di difficile comprensione ma allo stesso tempo è facilmente percettibile come certe asana inducano un effetto piuttosto che un altro sul nostro corpo. Ne sono un esempio i piegamenti avanti, posti al termine della pratica proprio perché calmanti. Anche la consapevolezza del respiro ha avuto un ruolo cruciale nella percezione dell’energia. Ricordo i primi giorni di pratica con un diaframma di pietra. Adesso è il mio motore.  Parte tutto da lì. Il secondo fattore che ha cambiato la mia percezione dello yoga è stato l’ascolto del mio corpo.  Infatti da principianti si tende per lo più a concentrarsi durante l’asana su una singola parte del corpo, quella dolente, senza percepire tutto il resto, la sua posizione nello spazio o il respiro, dove agisce, dove si blocca. Il dolore viene vissuto in quanto tale e non ci si preoccupa di discriminarlo in dolore vero e proprio, che dobbiamo evitare con umiltà portandoci un passo indietro nella pratica e la tensione, sulla quale invece dobbiamo lavorare con la concentrazione ed il respiro. Da qui parte il presupposto secondo il quale lo yoga può essere praticato da tutti. Non contempla la competizione, neppure con sé stessi. Bisogna scoprire i propri limiti, prenderne atto e accettarli.  Come nella vita di tutti i giorni. Questo per me è stato un insegnamento fondamentale. Io che mi sentivo responsabile di tutto e di tutti, faccio un passo in dietro e lascio la responsabilità a chi di competenza. Fin qui arrivo io, al di fuori c’è tutto il resto. Non voglio più competere con me stessa né con gli altri. Non voglio più essere il mio giudice severo. Non voglio più raggiungere degli obbiettivi se la strada per il loro raggiungimento non è la mia strada. Voglio stare bene, migliorarmi, e lo yoga può guidarmi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: